venerdì 21 marzo 2014

L'acqua che scorre e acqua che corre sulle autostrade e in piazza affari

Il CdA della ACEA SpA, azienda che distribuisce e depura le acque del Comune di Roma (e non solo), si ribella al sindaco rifiutandone le decisioni e le critiche, accampando il merito di eccellenti risultati in borsa. Questa è la tanto assurda quanto prevedibile conseguenza dell’entrata dei privati nella gestione dell’acqua a dispetto dell’esito plebiscitario del recente referendum.
Siamo di fronte all’ennesima dimostrazione della incompatibilità degli interessi privati con la gestione di un bene essenziale come l’acqua. La causa sta nella evidente incompatibilità delle finalità pubbliche e di quelle private. I capitali si muovono per auto moltiplicarsi, per produrre utili e dividendi. Se per far ciò conviene produrre cioccolatini piuttosto che distribuire ai cittadini acqua buona e a costi contenuti, la società produrrà ottimi cioccolatini e distribuirà una pessima acqua. Questa è la logica privatistica. Il referente è la Borsa di Milano, dove i cittadini non votano; invece i referenti del Sindaco sono i cittadini che lo hanno eletto.
Nel caso dell’acqua la gestione privata non regge per almeno tre buoni motivi.
L’acqua è:

1. bene sociale, collegato alla salute, al cibo, e ai conflitti;
2. bene economico, necessario alla produzione di altri beni, ma che comunque non può essere considerato come qualsiasi altro bene commerciale, come una merce, in quanto è un bene indispensabile alla vita, non è un prodotto delle attività umane;
3. bene ambientale, nel senso che esso è connesso alla sostenibilità dell’ambiente e alle catastrofi naturali.

Inoltre nel caso dell’acqua la distanza fra un valore virtuale come è il denaro, il capitale finanziario, e la concretezza del valore reale del bene acqua, il capitale naturale, è drammaticamente evidente. Le due forme di capitale vivono due crisi parallele e simili:
1. Crescita illimitata dei consumi – bolla del debito – crisi economica – ammissione di incapacità della politica – affidamento delle decisioni ad organismi tecnici sovranazionali
2. Acquiferi sfruttati oltre la capacità di ricarica – bolla idrica – crisi qualitativa e quantitativa – ammissione di incapacità della politica – affidamento ai privati.

Come uscir fuori da questa trappola? Innanzitutto riconoscendo che il diritto all’acqua, sebbene non ancora sufficientemente esplicitato giuridicamente, è un diritto per un bene essenziale alla vita, alla salute ed alla dignità della persona. Ciascuno deve quindi poter accedere ad una quantità minima indispensabile a prescindere dalla propria possibilità di pagare. Chi è chiamato a gestire questo bene comune deve garantirne l’accesso a tutti i cittadini di oggi e di domani e preoccuparsi quindi anche di:
1. Mantenimento delle qualità organiche di suoli attraverso pratiche colturali sostenibili
2. Tutela della qualità chimica degli acquiferi riducendo l’uso di fertilizzanti e pesticidi
3. Tutela dei cicli idrologici attraverso il rispetto delle aree di ricarica degli acquiferi

Una questione di etica distingue la gestione pubblica da quella privata:
1. Gestione pubblica
• Inefficienza e sprechi
• Rischio di scelte politiche poco lungimiranti
2. Gestione privata
• Mercificazione; orientata al profitto fa passare dall’uso al consumo
• Orientamento alla vendita piuttosto che alla conservazione
• Assillo contabile nella logica del risultato economico di breve termine
• Assenza di considerazione degli effetti ecosistemici della risorsa prima e dopo l’utilizzo

La soluzione è:
• Difesa del bene comune attraverso strumenti di democrazia partecipata
• Diritto dei cittadini ad avere amministratori capaci di una gestione efficiente di ciò che gli viene affidato con precisi obiettivi ambientali, sociali ed economici.
• Rispetto della volontà popolare per l’acqua pubblica espressa con il referendum.
La gestione privatistica dell’acqua non può essere compatibile con l’interesse collettivo, per il semplice motivo che l’unico modo per lucrare lauti profitti con questo bene, non è farlo scorrere nelle reti cittadine, ma farlo correre in autostrada in insalubri e inquinanti bottiglie di plastica.

Andrea Masullo