giovedì 10 settembre 2015

La sindrome dell’arto fantasma


Vi proponiamo un vecchio articolo di Marianella Sclavi (*)


Riflessioni sui ritardi della sinistra 
in materia di democrazia partecipativa.
Non c’è paragone fra la quantità di nuove forme della partecipazione ai  processi  decisionali pubblici inventate negli anni ’80 e consolidatesi dagli anni ’90 in poi nei paesi di cultura anglosassone e rapidamente adottati nei paesi del nord Europa, comprese molte parti della Germania, e la povertà di innovazione su questo terreno nel nostro Paese. Non è casuale che le esperienze di questo tipo più importanti messe in atto in Italia, abbiano tutti nomi inglesi, dal “planning for real” praticato a Torino per il Progetto Speciale Periferie con l’amministrazione Castellani negli anni ’90 (1), al 21st Century Town Meeting (o Electronic Town Meeting) usato per delineare in modo partecipato le linee guida della legge sulla partecipazione della Regione Toscana del 2007, all’Open Space Technology (Ost) al quale ormai anche in Italia fanno ricorso sempre più numerosi Comuni-Province-Regioni e Asl e Coop e perfino convegni scientifici specialmente se internazionali, come il recente “Engaging local communities in Nature Conservation” dove ai laboratori del Gran Sasso esperti provenienti dai cinque continenti oltre che scambiarsi esperienze ed informazioni, hanno praticato l’obiettivo con risultati felicemente sorprendenti (10-13 ottobre 2012).


Quest’anno per la prima volta alla Biennale di Venezia, nel Padiglione  Italia,  vi  sarà  una giornata dedicata a “La progettazione  partecipata,  esperienze  di  successo  in Italia” (curata da chi scrive col prof Giulio Ernesti della Facoltà di Architettura di Venezia) nella quale, fra le altre cose, verranno immortalati sulle pareti i volti dei cittadini di Ravenna, Torino e Quarto D’Altino (Friuli) prima e dopo esperienze di progettazione partecipata che li hanno visti protagonisti accanto ad amministratori illuminati ed esponenti del nuovo urbanesimo nel nostro paese. Volti che passano dalla più assoluta esasperazione (prima) alla sorpresa  e incredulo sollievo (dopo) di chi riconosce che si sta aprendo una strada che finalmente dischiude un nuovo orizzonte all’impegno politico di una cittadinanza attiva più che pronta e matura a reggere la sfida.


E’ come se ci fossero due Italie, una al momento ancora parecchio contro-corrente che sta sperimentando queste pratiche di radicale ridefinizione del fare politica e ci riesce in modo eccellente, mettendo a frutto quelle famose doti di creatività e cura del prodotto finale che ci vengono riconosciute a livello mondiale per settori come la moda, la gastronomia, il Design e l’altra  Italia  al  momento  dominante  nelle  camere  del  potere,  profondamente  restia  a  questi discorsi, sorda, cinica (2), che più i modi vigenti si dimostrano tragicamente inadeguati, più insiste nel volerli “raddrizzare” e percorrere. Dentro la prima Italia ci sono, fra l’altro, i nuovi Master e corsi universitari che finalmente anche nel nostro paese offrono a chi lo desideri la possibilità di acquisire i saperi e competenze pratiche richieste da politiche di  mediazione  creativa  dei conflitti e facilitazione di percorsi partecipativi, due dei quali vengono inaugurati proprio quest’anno in Toscana, uno a cura della Regione e l’altro di due sedi universitarie non aduse alla collaborazione, Firenze e Pisa. Dentro la seconda Italia ci sta  “la  casta”  e  l’“anti-casta”,  i trincerati e i rottamatori, i sì-Tav e i no-Tav, ovvero tutti coloro che dalla desolazione della coazione a ripetere sempre le stesse diagnosi e proposte non riescono ad uscire, come dimostra l’assenza di un forte movimento per una legge analoga al Débat Public (presente in Francia dal 2005)  e  l’assurda  discussione  che  pretenderebbe  di  restituire  trasparenza  e  inclusività  alla politica facendo leva su meccanismi elettorali (scelta dei candidati, re- introduzione delle preferenze, premi di maggioranza ai partiti o coalizioni, ecc) invece che su meccanismi di democrazia deliberativa, cioè su come dare voce in capitolo ai cittadini non solo e non tanto nel momento del voto, ma nelle decisioni nel corso dei mandati e delle legislature.

E così arriviamo al punto: democrazia e partecipazione, l’esperienza italiana e in particolare l’attuale balbettio della sinistra (dal Pd a Sel a Rifondazione e altre sigle varie) su questo argomento.  Dato che mi trovo ad occuparmene anche professionalmente, in veste di facilitatrice ( e formatrice di facilitatori ), sono abituata a riconoscere sia i segni di un trend entusiasmante ( parola assente dalla politica dominante) ormai avviato, sia gli sguardi di sufficienza degli arroccati, che leggono queste esperienze come un revival partecipazionista stile ’68, mentre loro “sanno già” cosa ci vorrebbe e cioè che tutti gli altri (le altre correnti e fazioni, perché di questo si tratta.. ) si adeguino alla superiorità della loro analisi e linea. Nella consapevolezza di non essere la sola né l’unica, mi sono chiesta spesso “ma cos’è che li rende così sordi, ciechi e incapaci di comunicare ?” La risposta più convincente, confermata da innumerevoli incontri e discussioni, è: la persistente nostalgia, a maggior ragione se negata (non è più quel tempo e quella età..) , della Prima Repubblica.


In altre parole, il principale motivo per cui in Italia è così difficile inventare e ingranare forme di partecipazione adatte al 21mo secolo è che siamo stati così efficaci, così primi della classe a livello europeo e internazionale, nell’inventare e praticare  forme  di  partecipazione  di  massa adatte al secolo precedente.


Nel secolo scorso, dagli anni’40 agli anni ’80, nel nostro paese chiunque volesse far sentire la propria voce su temi di dibattito e decisione pubblica, fra una votazione e l’altra, non doveva far altro che entrare in una sezione di partito, in una Casa del Popolo, in una sede delle Acli o Fuci o anche in una parrocchia o iscriversi a una cooperativa rossa o bianca e così via. Tutti luoghi in cui avrebbe trovato decine di altre persone ugualmente appassionate e decise a  non  essere ignorate. I partiti, Pci, Dc e Psi, sono stati le arene della democrazia partecipativa, sedi di formazione di una cittadinanza attiva e opinione pubblica attenta ad acquisire i linguaggi, le nozioni e stili narrativi, i regolamenti (le “mozioni d’ordine” e così via) necessari a un protagonismo che in nessun modo intendeva esaurirsi col  rituale  del  voto.  Il  perno  di  tutta questa impalcatura erano i partiti come cinghia di trasmissione degli interessi  e  dei  voleri popolari (“delle classi”) nelle stanze dei bottoni. Quando questa modalità di partecipazione si è sfaldata, perché sono cambiati radicalmente la società e il mondo, la sinistra è rimasta vittima di una sorta di sindrome dell’arto–fantasma, dove l’arto mancante vissuto come ancora fungibile è precisamente il partito, quel partito lì, così carico di valori e di sensi di appartenenza e protagonismo.


All’inizio degli anni ’90 l’elezione diretta dei sindaci fa si che l’abitante di un dato territorio esiga di essere ascoltato direttamente dalla amministrazione e veda l’andare a discutere nella sede del partito i problemi del traffico o della scuola o della casa del quartiere in cui anziani e bambini possano ritrovarsi, ecc. come un inutile détour. Il ruolo del partito nella società post- moderna cambia completamente: da cinghia di trasmissione a “garante del gioco dell’ascolto” (per usare una espressione dell’urbanista Patrick Geddes). Il partito diventa il soggetto politico responsabile di offrire agli elettori-cittadini una macchina della amministrazione capace di ascoltarli e coinvolgerli e quindi di una continua riforma dello stato   che  si   appoggia  a  una   nuova  figura   operativa,  il   facilitatore,  un   manager   e



accompagnatore dei processi partecipativi e mediatore dei conflitti ritenuto affidabile da tutte le parti in gioco e che risponde del suo operato direttamente e apertamente a tutte le parti in gioco, compresi ovviamente gli  amministratori pubblici, ai quali resta l’ultima parola sugli esiti del processo partecipativo, col dovere di argomentare le loro scelte finali.  E’ una  nuova  professione,   quella  del  “facilitatore  di democrazia partecipativa”, che dal punto di vista della caratterizzazione del modo di operare dello stato nella seconda modernità, ha una importanza analoga alla invenzione del burocrate weberiano, il  quale  era  in  totale  discontinuità  per  modalità  di  assunzione  e  definizione  delle mansioni e dei doveri rispetto alla precedente amministrazione patrimoniale, fatta di sgherri al servizio dei signori di turno.


Il salto di paradigma consiste dunque nel far slittare il ruolo dei partiti da  perni  centrali  a promotori “esterni” della democrazia intesa come sovranità diretta dei cittadini nei riguardi delle decisioni governative e come autorevoli diretti testimoni della qualità dei servizi resi dalla PA. Una vera e propria rivoluzione istituzionale,  che  per  funzionare  richiede  e  implica  il superamento di assetti mentali, spaziali e organizzativi basati sulla partigianeria e sulla argomentazione dei pro e dei contro. Si tratta di passare da un campo conversazionale fondamentalmente oppositivo a uno dialogico. Nel nuovo assetto i portavoce dei  diversi interessi in gioco tanto più riescono a contribuire al cambiamento quanto più sanno mettere fra parentesi le linee di schieramento che li vincolerebbero ad un determinato partito. Devono poter ragionare con la propria testa ed assumere, adottando un atteggiamento di ascolto pro-attivo, che gli interlocutori proprio quando sostengono posizioni che non condividono, offrono delle possibilità di inquadrare in modo più completo  le questioni e di approdare a soluzioni più eque, efficaci e sagge. Il diritto di parola, in questo confronto creativo3, viene dunque integrato da quello di essere ascoltati, il diritto di contraddittorio dal diritto di moltiplicare le opzioni prima di prendere qualsiasi decisione, e il  voto a maggioranza diventa il ripiego a cui attingere in caso di fallimento della co-progettazione creativa.


Come  sostenevano  già  all’inizio  degli  anni  ’40  Albert  Camus  e  Simone  Weil (4),  affinchè  il momento elettorale non sia solo una facciata per i giochi delle élites del potere, il dialogo deve affermare la sua centralità nella democrazia.


Tornano di attualità personaggi del nostro passato come Capitini e Danilo Dolci, come Salvemini e Manlio Rossi Doria, come Angela Zucconi e Adriano Olivetti, uniti pur nelle differenze dall’aver in mente la democratizzazione della  democrazia,   e  dall’essere  stati “rottamati” sostanzialmente per lesa centralità di quei partiti–massa che funzionavano così bene. Adesso è arrivato il momento di recuperarli. 



Nell’Italia di oggi, che nonostante tutto e al di là delle apparenze,  è molto più colta e benestante di quella degli anni ’50, ci possiamo permettere dei  partiti  meno  “plebei”  e  più  “aristocratici”  (Simone  Weil (5)  che  non  temono  che  l’ascolto attivo e la leggerezza (Italo Calvino (6) nei rapporti di convivenza condannino i ceti più deboli e poveri alla emarginazione. Di fatto è esattamente il contrario: è il rivendicazionismo unilaterale e l’assenza dei saperi della gestione creativa dei conflitti (e di senso dell’umorismo) che stanno condannando il mondo  verso il declino stupido che abbiamo sotto gli occhi.
Nel convegno internazionale al Gran Sasso che ho sopra ricordato, gli scienziati, i gestori di parchi nazionali ed esponenti delle comunità locali, all’inizio erano estremamente diffidenti nei riguardi della pratica “così poco seria” dell’Open Space Technology , a maggior ragione quando alla domanda dell’Ost “Cosa serve veramente per una efficace e continua conservazione del patrimonio naturale? ”, due dei partecipanti più giovani si sono alzati e hanno proposto rispettivamente di discutere di “Ottimismo” e di “Felicità”. Ma poi questi due temi che con altri metodi non avrebbero potuto neppure affiorare, si sono rivelati il collante  decisivo  per  il progetto condiviso conclusivo. Con quarantacinque minuti di commenti e  riflessioni  finali  e grande soddisfazione di tutti. Così è, se si vuole.


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(*)  Esperta di arte di ascoltare e di gestione dei conflitti nei processi partecipativi. Ha insegnato etnografia urbana per quindici anni al Politecnico di Milano, collabora col Consensus Building Institute del MIT.

1 Vedi M Sclavi et al: Avventure Urbane. Progettare la città con gli abitanti. Eleuthera, Milano, 2002

2   Giovanni Laino nel recente "Col fuoco in cuore e il diavolo in corpo" (Franco Angeli 2012), propone di aggiungere la categoria dei “post-cinici“ per indicare una specie in crescita: gli “smagnetizzati” dai valori e regole della convivenza civile, coloro che vivono in un mondo in cui i valori della cittadinanza non sono solo disattesi, ma proprio scomparsi.

3   M Sclavi e L. Susskind: Confronto Creativo. Dal diritto di parola al diritto di essere ascoltati. Et-al edizioni, Milano, 2011 (postfazione di Giuliano Amato)

4   Simone Weil: Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi ed., Roma 2012, (ed originale francese del 1957 , prefazione di André Breton )

5   “E’ presente nei partiti anglosassoni un elemento di gioco, di sport, che non può esistere che in una istituzione di origine aristocratica: tutto è serio in una istituzione di origine plebea” Simone Weil,op cit, pag 21
Italo Calvino: Lezioni americane, Garzanti, Milano, 1988