venerdì 4 dicembre 2015

Una sera di fine novembre, alcune associazioni .......... NASCITA DI UN NUOVO GRUPPO /RETE

Lunedì scorso un gruppo di persone di vari comitati ed associazioni romani si sono incontrate per discutere delle periferie romane e di partecipazione dei cittadini alla rinascita della nostra città.
Eravamo una ventina di persone ad ascoltare il professore Carlo Cellamare, che ha parlato della difficile e complessa realtà delle periferie romane ma anche della grande voglia di cambiamento che c'è in quelle aree dimenticate, e la professoressa Marianella Sclavi che ha descritto come, attraverso la partecipazione, si possa incidere veramente anche sulle situazioni più difficili.
Alla fine della riunione era nato il "Gruppo di lavoro Roma Capitale".
Di seguito una descrizione della riunione.



UNA SERA DI FINE NOVEMBRE, ALCUNE ASSOCIAZIONI IN VIA DEGLI ASTALLI ...


Trovarsi a discutere una sera in Via degli Astalli, non è stato certamente inutile. Erano presenti alcuni componenti di diverse associazioni romane che liberamente si occupano, non aspirando a carriere politiche, ma per genuina passione civile, del miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini, partendo dal contributo che essi stessi possono dare a questo fine.

Roma, come tutti ormai sanno, non è più quella 'stupenda e misera città' della quale scriveva Pasolini, una città dai tremendi squilibri, ma in tumultuosa crescita economica e culturale, con un tessuto sociale definito e leggibile. Non è più nemmeno la città delle estati di Nicolini, che furono tentativi riusciti di porla al centro dell'attenzione del mondo per la sua verve e capacità di innovazione culturale. Ora è fortemente degradata, sia sul piano ambientale, sia su quello della cultura e della morale civili. E la democrazia vi latita.
Citerò solo due interventi, ma ce ne sono stati molti di più, tutti alquanto interessanti.
Carlo Cellamare ha parlato, da esperto qual è e da persona informata sui fatti, delle innumerevoli criticità delle nostre attuali sterminate periferie, ma anche della creatività sociale e della voglia diffusa di essere città che vi si respira.
Marianella Sclavi ha parlato con cognizione di causa delle diverse esperienze di partecipazione reale dei cittadini alla progettazione urbana nel Bronx di New York, nella città di Chelsea, nei pressi di Boston, ma anche in alcuni quartieri di Milano e di Torino. Si tratta di esperienze che si vanno facendo da una trentina d'anni, soprattutto nel mondo anglosassone, dove i partiti hanno una scarsa presenza territoriale ed è necessario costruire un rapporto diretto tra le amministrazioni e i cittadini. Si sono sperimentate e sviluppate delle metodologie interessanti che rispondono al nome di "Democrazia Deliberativa" e che hanno il pregio di sapersi adattare alle diverse situazioni. La cosa veramente importante è che i cittadini e le amministrazioni abbiano la capacità di ascoltarsi con la convinzione che chi la pensa diversamente non è un nemico da abbattere, magari col voto, ma una risorsa che si aggiunge. Altra cosa fondamentale è l'intenzione condivisa (sia dai cittadini, sia dalle amministrazioni) di avviare processi di co-decisione. Per riuscire in questa impresa c'è bisogno di 'facilitatori' che abbiano una professionalità adeguata per riuscire incanalare verso esiti positivi, magari impensabili all'inizio del “processo”, gli inevitabili e necessari conflitti. Si tratta infine di aumentare esponenzialmente la soddisfazione sociale per le decisioni pubbliche in modo da evitare, tra l'altro, le ritorsioni di tutti coloro che si sentono da esse defraudati ed il rimando alle “Calende greche”, dell'attuazione di qualsiasi progetto di importanza pubblica.
È evidente che la Democrazia Deliberativa non sostituisce la Democrazia Rappresentativa, ma la integra e l'aiuta a uscire dal “cul di sacco” nel quale i partiti, laddove esistono, come da noi, l'hanno portata, per la loro insipienza, per l'incapacità di comprendere i mutamenti sociali e culturali ed il conseguente distacco dalle esigenze reali delle popolazioni. Con questo tipo di partecipazione potrebbero essere affrontati con un altro piglio il degrado ambientale e morale della città, potrebbe aumentare la trasparenza dei processi decisionali e la legalità del sistema, com'è già accaduto in altre realtà del mondo. La discussione che si è sviluppata ha dimostrato che i messaggi sono stati ben compresi e che alcune associazioni che operano sul territorio sarebbero già in grado culturalmente di attrezzarsi per favorire questi processi. Si tratta di tentare e ritentare, non perdendo per strada passione e fiducia, non lasciandosi nemmeno sviare dai presunti (spesso presuntuosi) realisti che, in nome della concretezza, non riescono mai ad uscire dalle loro robuste prigioni mentali.
Le dimissioni dell'ex Sindaco Marino hanno scatenato una discussione diffusa in città sui mali di Roma e sull'urgenza di affrontarli. Ci sono stati e ci saranno, nell'approssimarsi delle elezioni, molti convegni più o meno partecipati. Qualcuno si è già spinto a dire che c'è bisogno di una nuova classe dirigente (riferendosi anche alla Società civile, non solo a quella politica), addirittura di una nuova 'oligarchia' (De Rita), intendendo forse una nuova “élite”. Come può nascere una nuova classe dirigente senza la partecipazione diretta dei cittadini alla definizione di una nuova idea di città, quartiere per quartiere, magari partendo proprio dalle periferie? Attraverso il riciclaggio della vecchia classe dirigente obsoleta e impotente nella vita pubblica, ma abilissima nella difesa dei propri interessi privati economici e di potere? Le nuove classi dirigenti, nella nostra epoca, sono il frutto di processi, a volte anche tumultuosi e cruenti. Esse si formano ponendosi alla testa delle trasformazioni di una data Società e di un dato assetto dei poteri, e riescono a determinarle con la partecipazione concreta dei cittadini, che non sono solo dei numeri da infilare nelle statistiche.
Ecco di che cosa abbiamo discusso e continueremo a discutere cercando di allargare il più possibile il numero dei partecipanti e di giungere presto ad una qualche conclusione che ci permetta di attivare esperienze concrete. Siamo dei don Chisciotte? Siamo folli? Ebbene sì, lo confesso, siamo dei Don Chisciotte un po' folli.   
Lanfranco Scalvenzi