lunedì 11 aprile 2016

Referendum trivelle

Riportiamo qui di seguito un articolo dell'Ing. Andrea Masullo ripreso dal blog Decresciamo Insieme

Referendum trivelle: cosa si nasconde dietro il SI e il NO 

Durante l’ultima conferenza sul clima, svoltasi a Parigi nel dicembre scorso, tutti i Paesi del mondo si sono impegnati a fare in modo che l’aumento delle temperature globali non superi i 2°C, e possibilmente nemmeno 1,5°C, valori oltre i quali i cambiamenti climatici sarebbero talmente sconvolgenti e difficili da fronteggiare da mettere a rischio le conquiste della nostra civiltà. Come ha affermato Hans Schellnhuber, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact, durante il Forum Internazionale di Greenaccord (Climate last call, Rieti, 18-21 novembre 2015), la civiltà umana si è sviluppata grazie alla stabilità climatica degli ultimi 11.000 anni.
L’attuale livello di consumi di combustibili fossili, carbone, petrolio e metano, fanno prevedere scenari di aumento delle temperature medie mondiali addirittura fra i 3 e i 5°C, con conseguenze catastrofiche. Gli impegni volontari previsti dall’accordo di Parigi e già presentati da 150 Paesi che tutti insieme producono il 90% delle emissioni globali, secondo una valutazione fatta da illustri climatologi e pubblicata su Science (Allan Fawcett et Alii, Sciencexpress, del 26/11/2015) attenuerebbero solo leggermente il quadro globale, e comunque sono ben lontani dall’evitare una evoluzione catastrofica del clima entro la fine del secolo.
Nonostante questo quadro tragico e di estrema urgenza riconosciuto a Parigi da tutti i Governi del mondo, l’Italia dimentica anche gli impegni Europei di ridurre del 40% le emissioni di gas a effetto serra entro il 2030 e dell’80 % entro il 2050, che significa smetterla di bruciare combustibili fossili, e concede, privilegio unico al mondo, di prolungare a tempo indeterminato le attività delle piattaforme petrolifere in mare, per l’estrazione di petrolio e metano. Qui appare la grande contraddizione e la logica aberrante di un paradigma economico incapace di farsi carico dei problemi dell’umanità, capace solo di navigare a vista, nel breve e medio termine, incapace di occuparsi, se non a parole, del futuro. La caduta etica dei nostri responsabili di Governo che invitano a non votare, riducendo la democrazia a un mero gioco di potere, negando la sua funzione di partecipazione consapevole alle decisioni, viene motivata da argomentazioni largamente infondate e smentite da fatti passati e recenti.
I fautori del NO dicono che la chiusura dei pozzi a fine concessione creerebbe un danno economico per la mancata estrazione del petrolio o del metano ancora presente nei giacimenti.
Essi ignorano, fatto grave per chi ha responsabilità di governo, che le emissioni di gas serra nei prossimi anni saranno onerose, ed il loro costo passerà dai 3-5 €/tonnellata dell’attuale fase sperimentale a 20-30€/tonn. A questi livelli le fonti rinnovabili, già oggi competitive con il petrolio, lo saranno anche con il metano.
I fautori del NO dicono che le piattaforme petrolifere gestite dall’ENI non hanno mai comportato alcun rischio.
Vent’anni fa durante la trivellazione di un posso di petrolio in provincia di Novara, l’AGIP/ENI provocò uno dei più gravi incidenti petroliferi su terra ferma. Mentre si perforava un pozzo ad oltre 5.700 metri di profondità, estraendo la colonna di trivellazione per la sostituzione dello scalpello, circa 150 metri di aste di trivellazione precipitarono nel pozzo, inspiegabilmente privo, o carente, dei fanghi che normalmente devono essere presenti per controbilanciare la pressione del giacimento, ed una grande quantità di greggio venne eruttata dal pozzo inquinando le risaie e i boschi del vicino Parco del Ticino, ed una pioggerella nera si depositò sul vicino abitato di Trecate.
L’ENI è sotto inchiesta per l’accusa di aver pagato tangenti in Nigeria e per reati ambientali in Basilicata, dove da anni molti abitanti, gestori di agriturismi e produttori biologici, lamentano l’inquinamento di pozzi e terreni che stanno mettendo a rischio la loro salute e il loro reddito. Questi sono posti di lavoro persi.
I fautori del NO dicono che comunque per la transizione verso una economia sostenibile serviranno ancora per molti anni petrolio e metano.
Il petrolio italiano non è tanto, le risorse certe corrispondono a poco più di un anno degli attuali consumi, quelle ipotetiche forse a qualche anno in più, ed altrettanto dicasi per il metano. L’Italia quindi votando SI’ rinuncerebbe ad un contributo marginale e non determinante, per una transizione verso energie pulite sostenuta ancora troppo tiepidamente dal Governo, e che una industria di stato come l’ENI ancora non sembra voler intraprendere. L’Enel, ormai privatizzata, anche se con una partecipazione pubblica minoritaria, ha intrapreso con decisione la sua transizione, passando da strategie incentrate su grandi centrali a carbone a crescenti iniziative orientate alla realizzazione di impianti di energie rinnovabili. E’ molto significativo che il Presidente del Consiglio abbia inaugurato negli USA un impianto all’avanguardia di Enel basato su energie rinnovabili integrate e nuove tecnologie. Perché non Italia? Perché l’Italia ha una rete elettrica vecchia e scarsamente integrata con le reti europee, che poco si presta a connettere impianti ad energie rinnovabili. Fra gli stati dell’Unione Europea, l’Italia risulta al 18° posto come livello di integrazione delle reti elettriche.
Le ragioni del SI’

In questa situazione il nostro Governo, anziché preoccuparsi di estrarre fino all’ultima goccia di petrolio e metano, cioè le cosiddette energie di transizione, dovrebbe preoccuparsi del futuro investendo nell’ammodernamento e nell’integrazione delle reti elettriche per rimuovere questo grave ostacolo alla crescita delle fonti rinnovabili di energia. Dovrebbe costringere l’ENI a spostare progressivamente i suoi investimenti verso le fonti pulite e rinnovabili di cui il nostro paese è ricchissimo, fotovoltaico, eolico, anche in mare dove possibile, geotermia di media e bassa temperatura, di cui esiste un enorme potenziale pressoché ancora inesplorato. Altrimenti l’ENI si troverà fra pochi anni di fronte ad impegni di taglio delle emissioni di gas serra che non riuscirà a sostenere, mettendo a rischio, non le decine di addetti alle piattaforme in mare, ma le decine di migliaia di suoi lavoratori.
Allora questo referendum è una scelta fondamentale fra passato e futuro che deve riguardare tutti.
Votare NO significa avere modesti vantaggi nel presente al costo di un futuro disastroso.
Votare SI significa avere maggiori vantaggi nel presente dando nuovo slancio alla ricerca e allo sviluppo delle nuove energie, ed acquisire una leadership in quel futuro decarbonizzato che gli organismi internazionali ritengono necessario e le istituzioni europee stanno già disegnando.